MONDO – La terza guerra del Golfo, innescata dagli eventi del 28 febbraio 2026, ha riacceso i riflettori sullo Stretto di Hormuz. Ma la chiusura di questa arteria di soli 33 chilometri non minaccia solo i flussi di greggio. Il vero spettro per l’economia mondiale è il blackout totale di materiali insostituibili. Dai fertilizzanti chimici ai polimeri, fino all’alluminio e ai materiali da costruzione: se il Golfo si ferma, le catene di fornitura globali rischiano il collasso immediato.
Europa e Asia in trappola, ma l’America non ride
Mentre l’asse euro-asiatico sconta la dipendenza diretta dal gas e dalle rotte aeree mediorientali, Washington non è affatto immune alla crisi. La paralisi logistica colpisce i mercati finanziari e i prezzi delle materie prime a livello planetario. Analisti svizzeri, come quelli dell’istituto di ricerca KOF dell’ETH di Zurigo, evidenziano come l’inflazione globale da shock d’offerta sia il pericolo maggiore. Anche il settore delle materie prime monitorato a Ginevra risente di una volatilità senza precedenti.
Chi guadagna e il rischio geopolitico della fame
In questo scenario di totale incertezza, l’isolamento delle rotte commerciali crea asimmetrie brutali. Paesi esportatori alternativi accumulano profitti extra, mentre le nazioni più vulnerabili affrontano lo spettro della crisi alimentare a causa del blocco dei fertilizzanti. Come monitorato dai canali informativi di RTS, l’impatto umanitario ed economico rischia di ridefinire gli equilibri geopolitici, trasformando una crisi energetica in una catastrofe logistica e sociale globale.

















