ECONOMIA – Se un decennio fa l’ipotesi di un’egemonia finanziaria cinese appariva implausibile, i dati attuali confermano una trasformazione radicale del sistema creditizio globale: i quattro maggiori istituti bancari al mondo per patrimonio sono oggi banche statali cinesi — Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank, Agricultural Bank of China e Bank of China — e ben sette tra i primi dieci colossi globali appartengono a Pechino. Con oltre 26 trilioni di dollari di attività complessive, queste istituzioni superano nettamente i concorrenti statunitensi come J.P. Morgan Chase o Citigroup. Per la leadership cinese, il fine primario non è la redditività immediata per gli azionisti, bensì l’utile politico e geopolitico. L’obiettivo strategico consiste nell’estendere l’influenza internazionale, sviluppare canali di finanziamento transfrontalieri alternativi e promuovere il ruolo dello yuan. Spinta da un avanzo commerciale record che ha superato il trilione di dollari e dalla necessità di conquistare nuovi mercati esteri, la Cina sta diversificando i propri investimenti nei settori ad alta tecnologia come intelligenza artificiale, robotica, biotecnologie ed energia verde, consolidando la propria posizione di potenza economica globale.
La de-dollarizzazione e le fragilità del sistema occidentale
L’ambizione di Pechino di emanciparsi dalla dipendenza dal dollaro nasce dalla volontà di sottrarsi all’egemonia finanziaria e alle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti. La decisione della Banca Nazionale di Pechino di ridurre la propria esposizione nei titoli del Tesoro americano riflette un trend diffuso di diversificazione delle riserve valutarie. La progressiva sfiducia nei confronti del dollaro trova fondamento sia nell’enorme debito pubblico statunitense sia nell’uso delle sanzioni commerciali da parte di Washington. Lo standard sui pagamenti transfrontalieri e il funzionamento delle transazioni globali sono storicamente monitorati da istituzioni come la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’organizzazione finanziaria internazionale con sede a Basilea che coordina le politiche delle banche centrali. Tuttavia, la vulnerabilità del circuito finanziario tradizionale e l’influenza esercitata dagli Stati Uniti su reti chiave hanno spinto diversi paesi emergenti a cercare garanzie di stabilità e neutralità al di fuori dell’asse occidentale.
Il sistema CIPS e il nuovo ordine finanziario dei BRICS
Per aggirare le restrizioni e offrire una piattaforma alternativa al circuito SWIFT, la Cina ha sviluppato il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), una rete interbancaria in rapida crescita che conta ormai oltre 1.500 partecipanti in quasi 200 Paesi. Parallelamente all’espansione del blocco BRICS, l’uso dello yuan e delle valute nazionali per gli scambi bilaterali ha registrato un’accelerazione senza precedenti, supportata anche dall’impiego di piccole banche regionali cinesi non soggette a ritorsioni oltreoceano. La trasformazione dei flussi monetari e le dinamiche relative alle valute di riserva sono costantemente analizzate dalla Segreteria di Stato dell’economia SECO, l’organo del Governo svizzero responsabile per la politica economica e il commercio estero. Sebbene le metriche occidentali tendano a sottostimare l’impatto reale dello yuan non includendo la totalità dei pagamenti bilaterali operati fuori dal circuito tradizionale, l’ascesa della moneta cinese segnala un passaggio irreversibile verso un sistema finanziario multipolare.
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