ECONOMIA – La crisi degli alloggi non è dovuta a una mancanza fisica di spazio, ma a un paradosso economico: in Svizzera conviene di più lasciare il terreno vuoto che edificarlo. Secondo le analisi di Fredy Hasenmaile (Raiffeisen), negli ultimi 25 anni la tesaurizzazione dei terreni ha generato un rendimento del 592%, surclassando il 400% ottenibile dalla costruzione e locazione di immobili, il tutto con rischi quasi nulli. Con riserve che potrebbero ospitare fino a 1,5 milioni di persone, il mercato resta bloccato da un regime di pianificazione del territorio che premia l’attesa speculativa. Oltre ai vincoli topografici e infrastrutturali, molti proprietari preferiscono mantenere i terreni come “riserve d’oro” per le generazioni future o per utilizzi temporanei a basso impatto, rendendo la mobilitazione di queste aree una sfida politica ed economica ancora aperta.
Effetti collaterali della pianificazione: prezzi alle stelle e il sogno infranto della proprietà
L’attuale carenza artificiale di superfici edificabili agisce come un moltiplicatore sui prezzi immobiliari, rendendo l’acquisto di una casa un obiettivo sempre più utopico per le famiglie svizzere. Se nel 2010 erano necessari dieci anni di risparmi per una casa unifamiliare media, nel 2026 la soglia è salita a 28 anni: un divario che cresce più velocemente della capacità di risparmio dei nuclei familiari. Nonostante una temporanea flessione dell’immigrazione, il deficit abitativo accumulato rimane critico. Senza riforme strutturali profonde nel diritto di locazione e nuovi strumenti di mobilitazione fondiaria, la pressione sugli affitti e sui prezzi di vendita continuerà a salire, trasformando la proprietà abitativa in un privilegio accessibile a pochi, mentre le riserve di terreno rimangono inutilizzate sotto i colpi della speculazione.


















