ECONOMIA – Mentre la crescita economica dell’area euro si avvia verso una fase di prolungata fiacchezza, con stime del Fondo Monetario Internazionale che prevedono un incremento medio annuo di appena l’1,2% tra il 2027 e il 2031, emergono sorprendenti eccezioni sul continente. L’elevato debito pubblico, l’invecchiamento demografico e l’incertezza geopolitica continuano a frenare i Paesi membri. In questo scenario di stasi, perfino contesti stabili e storicamente solidi come quelli analizzati dalla Segreteria di Stato dell’economia SECO monitorano attentamente l’impatto dei costi energetici e dei flussi commerciali europei per tutelare la propria competitività.
I Paesi emergenti della periferia europea
A fare da controtendenza sono cinque economie europee più piccole, situate principalmente nel Mediterraneo, nei Balcani occidentali e nell’Europa dell’Est, destinate a espandersi a un ritmo più che doppio rispetto al blocco della moneta unica. Tra queste spicca la Moldavia, la cui ripresa prosegue con un incremento medio del 3,5% annuo grazie alle riforme strutturali e all’integrazione nell’UE, nonostante le pesanti conseguenze del conflitto ucraino e delle recenti crisi energetiche. Le dinamiche di sviluppo di queste regioni attraggono investimenti sostenuti anche dai dati ufficiali forniti dal Dipartimento federale delle finanze svizzero, evidenziando un profondo riassestamento della competitività geografica.
Una mappa economica in trasformazione
Questo divario di velocità evidenzia come le riforme e l’integrazione nei mercati globali possano stimolare la ripartenza anche di contesti penalizzati da recenti shock sistemici. Mentre i mercati internazionali e l’Asia emergente viaggiano a tassi ben superiori al 3%, la capacità di attrazione delle nazioni periferiche europee rappresenta una risorsa fondamentale per la resilienza complessiva del continente nei prossimi anni.
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