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Lyndon B. Johnson e l’escalation: il “punto di non ritorno” in Vietnam

FOCUS – Quando Lyndon B. Johnson assunse la presidenza nel 1963, l’eredità di Kennedy prevedeva un numero contenuto di consiglieri militari e persino un piano di ritiro parziale (NSAM 263). Tuttavia, Johnson mutò rapidamente rotta: influenzato dalla teoria del domino e dal timore di apparire debole di fronte all’avanzata comunista, scelse la via dell’escalation. Nonostante i dubbi personali, la pressione di oppositori come Barry Goldwater e la necessità di tutelare la credibilità internazionale degli USA lo spinsero a trasformare un conflitto locale in una guerra totale, portando il contingente americano a superare i 500.000 soldati.

Dalla strategia di Kennedy al coinvolgimento totale degli Stati Uniti

Il catalizzatore definitivo fu l’incidente del Golfo del Tonchino nell’agosto 1964. Sfruttando prove ambigue di un attacco nordvietnamita, Johnson ottenne dal Congresso una risoluzione che gli conferiva poteri militari quasi illimitati. Sebbene volesse inizialmente escludere il Vietnam dalla campagna elettorale, si sentì obbligato a rispondere con la forza per difendere la reputazione globale degli Stati Uniti. Questo passaggio segnò l’inizio di una fase bellica devastante, legando indissolubilmente il nome di Johnson a uno dei conflitti più controversi della storia moderna, malgrado i suoi successi in politica interna.

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