FOCUS – Donald Trump ha spesso rivendicato il merito di non aver trascinato gli Stati Uniti in nuovi conflitti mondiali su larga scala, distinguendosi dai suoi predecessori per una retorica isolazionista. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela una realtà più complessa: sebbene non siano state avviate invasioni di terra massicce, la sua amministrazione ha intensificato l’uso di attacchi mirati e droni. Sotto la sua presidenza, l’attività militare e le sanzioni aggressive hanno toccato circa 10 paesi, estendendo il raggio d’azione americano in contesti non convenzionali.
Donald Trump: analisi tra operazioni mirate e pressioni diplomatiche
L’approccio di Trump si è manifestato attraverso una “pressione massima” che ha coinvolto nazioni come Iran, Venezuela e Nigeria. Invece dei classici scarponi sul terreno, Washington ha optato per ostilità economiche paralizzanti e operazioni chirurgiche, come l’eliminazione di figure chiave a Teheran o il supporto a fazioni in territori africani. Questo paradigma ha ridefinito il concetto di guerra moderna: meno occupazioni stabili, ma un ricorso sistematico alla forza tecnologica e finanziaria per destabilizzare i regimi ostili, mantenendo comunque alta la tensione geopolitica globale.

















