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Terre rare: da trend industriale e tema sistemico

ECONOMIA Terre rare: da trend industriale e tema sistemico. A cura di Edoardo Proverbio, Head of Investments DECALIA SIM SpA. Mentre il XIX secolo è stato caratterizzato dall’uso del carbone e il XX secolo dalla dipendenza dal petrolio, questo secolo verrà probabilmente ricordato come l’era delle terre rare. Vitamine dell’industria moderna, la loro importanza è strategica per numerosi prodotti, dalle turbine eoliche agli smartphone, dai veicoli elettrici al settore della difesa. Come ormai è risaputo, le terre rare in realtà smentiscono il loro nome: in natura non sono affatto rare in natura. Ciò che le rende strategiche non è la loro scarsità, ma la loro insostituibilità sistemica. Infatti, le terre rare vengono sempre più spesso descritte attraverso il cosiddetto “effetto zafferano”: ne bastano pochi grammi, ma senza di esse la produzione industriale nel suo complesso – che abbraccia 43 settori e 17 catene di approvvigionamento – si fermerebbe.

Terre rare: da trend industriale e tema sistemico

La domanda di terre rare si basa su tre fattori trainanti: la transizione energetica, i progressi tecnologici (IA, digitalizzazione, elettronica avanzata) e la geopolitica (difesa, sicurezza, settore spaziale). I dati più recenti indicano una crescita complessiva annua del 5% per i prossimi cinque anni, con alcuni segmenti chiave che registreranno tassi di crescita a due cifre. In altre parole, non tutte e 17 le terre rare sono uguali. Particolarmente richiesti sono il neodimio (Nd) e il praseodimio (Pr), magneti permanenti che costituiscono il fulcro della domanda industriale, nonché il disprosio (Dy) e il terbio (Tb), terre rare pesanti fondamentali per le applicazioni ad alte temperature e per il settore della difesa. Dal punto di vista dell’offerta, il vero collo di bottiglia è rappresentato dalla raffinazione, non dall’estrazione. Bisogna ammettere che per ottenere piccole quantità di terre rare è necessario estrarre grandi quantità di roccia. Ma è proprio la fase di raffinazione a essere molto costosa, oltre che ad avere un impatto ambientale. Grazie alla riduzione dei costi, la Cina detiene attualmente una posizione dominante nella produzione e utilizza questa leva finanziaria nelle trattative commerciali. Le terre rare pesanti, in particolare, sono diventate di fatto un monopolio tecnologico cinese. Ed è improbabile che questa situazione cambi a breve, dato l’elevato grado di inerzia dell’offerta. I nuovi progetti impiegano circa un decennio per arrivare a maturazione, con ingenti fabbisogni finanziari e numerosi vincoli ambientali e politici da superare.

Ricostruire catene di approvvigionamento autonome

Di fronte alle restrizioni cinesi alle esportazioni e alle più ampie tensioni geopolitiche, i paesi occidentali stanno cercando di ricostruire catene di approvvigionamento autonome. Tuttavia, rispetto al precedente quadro globalizzato, ciò introduce un nuovo paradigma caratterizzato da strutture duplicate, costi strutturali più elevati e inefficienze. Ad esempio, il Dipartimento della guerra degli Stati Uniti finanzia direttamente diverse società di estrazione nazionali, tra cui MP Materials (il cui principale azionista è, nello specifico, cinese). Dal canto suo l’UE, attraverso la sua legge Critical Raw Materials Act, ha fissato ambiziosi obiettivi per il 2030: 10% di estrazione nazionale, 40% di lavorazione locale e 25% della domanda soddisfatta tramite il riciclo. Il mercato delle terre rare è, tuttavia, “imperfetto”, nel senso che i prezzi non riflettono sempre immediatamente lo squilibrio tra domanda e offerta. Entrano in gioco anche i livelli delle scorte, l’intervento statale e le politiche industriali, il che determina una formazione dei prezzi ancora distorta e inefficiente – più simile a quella di un mercato strategico che a quella di una materia prima classica.

Per questo anche l’approccio di investimento si sta evolvendo. È fondamentale capire che non si tratta più solo di una questione di materie prime, ma anche di esposizione alla geopolitica, alla tecnologia e alle politiche industriali. Bisogna inoltre riconoscere che i mercati fisici sono poco liquidi e che è possibile ottenere un’esposizione più efficiente tramite gli ETF azionari. I fattori trainanti delle performance sono costituiti dal reshoring e dagli incentivi pubblici, dalla crescita della domanda tecnologica e dalle tensioni geopolitiche, mentre i principali rischi da tenere presenti riguardano l’attuazione di nuovi progetti, l’intervento politico e la volatilità non lineare. Per concludere, le terre rare sono oggi ben più di una semplice tendenza industriale: costituiscono un’infrastruttura tecnologica fondamentale. Ciò comporta un maggiore intervento statale, una minore efficienza ma una maggiore resilienza, prezzi sempre più influenzati da fattori geopolitici e un orizzonte di investimento a lungo termine, seppur con dinamiche a breve termine che possono risultare difficili da interpretare.

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