MONDO – Negli ultimi anni il Burkina Faso è diventato il perno della trasformazione geopolitica nel Sahel, prendendo progressivamente le distanze dalla Francia. Il ridimensionamento del ruolo di Parigi, storico punto di riferimento politico e militare, deriva dalla cresciuta insoddisfazione per un modello di sicurezza ritenuto inefficace contro l’espansione jihadista. Per le nuove autorità burkinabé non si tratta di una semplice rottura diplomatica, ma della volontà di diversificare le alleanze internazionali e costruire relazioni fondate sul rispetto della sovranità e degli interessi nazionali, come evidenziato anche dal Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) nelle sue analisi sulla regione.
Il Sahel dopo la Francia: l’Alleanza degli Stati e i nuovi equilibri
L’uscita della Francia ha spinto Burkina Faso, Mali e Niger a rafforzare il dialogo reciproco, culminato nella nascita della Confederazione degli Stati del Sahel (AES) sotto la presidenza di Ibrahim Traoré. L’alleanza non mira soltanto a fronteggiare le minacce terroristiche, ma costituisce un progetto politico ed economico integrato volto all’autonomia decisionale. Come evidenziato dai report operativi della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), la ridefinizione delle dinamiche locali sta aprendo nuove prospettive di sviluppo sostenibile che superano la sola dimensione emergenziale.
L’alleanza strategica e il “Grande Quesito” per Roma
L’emergere di questo nuovo scenario impone all’Europa una revisione delle proprie strategie, finora concentrate solo su sicurezza e flussi migratori. In questo contesto l’Italia gode di una posizione favorevole: priva di un passato coloniale nel Paese, vanta credibilità nella cooperazione e competenze eccellenti in infrastrutture, agroindustria, energia e gestione idrica. Tuttavia, la presenza economica italiana rimane limitata. Il “Grande Quesito” non riguarda solo la trasformazione post-francese del Sahel, ma se Roma saprà cogliere tempestivamente le opportunità economiche offerte da questi nuovi equilibri.
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