FOCUS – Il 2 luglio 1881, la stazione ferroviaria di Washington divenne lo scenario di uno dei capitoli più oscuri della storia americana. James A. Garfield, in carica da soli quattro mesi, fu raggiunto dai proiettili di Charles J. Guiteau, un avvocato instabile convinto che la morte del Presidente avrebbe risolto le faide interne al Partito Repubblicano. Sebbene l’attentato fosse di per sé scioccante, la vera tragedia risiedette nella sopravvivenza iniziale di Garfield: il proiettile non colpì organi vitali, ma innescò una spirale di sofferenza che avrebbe tenuto l’intera nazione con il fiato sospeso per settimane.
Tra medicina arcaica e martirio: i due mesi che cambiarono l’America
La fine di Garfield non fu immediata, bensì un lento calvario durato ottanta giorni, terminato il 19 settembre 1881. Più che l’attentatore, a uccidere il Presidente furono le infezioni causate dai tentativi maldestri dei medici di estrarre il proiettile con mani e strumenti non sterilizzati. Questo tragico epilogo evidenziò l’arretratezza della medicina dell’epoca rispetto alle nascenti teorie sulla sepsi. La morte di Garfield non solo portò alla ribalta la necessità di riforme nei servizi civili, ma accelerò radicalmente l’adozione delle pratiche igieniche negli ospedali statunitensi, trasformando il suo sacrificio in un catalizzatore per il progresso scientifico e politico del Paese.

















