EUROPA – Il 26 aprile 1986 il mondo cambiava per sempre con l’esplosione del reattore 4 di Chernobyl. Oggi, a quattro decenni di distanza, quella che fu la più grande catastrofe nucleare della storia continua a far parlare di sé, non più per l’emergenza immediata, ma per le tracce silenziose che ha lasciato nel territorio. In Svizzera, e in particolare nel Canton Ticino, il Cesio-137 depositato dalle piogge di quel maggio lontano è ancora rilevabile nel suolo, nei funghi e nella selvaggina. Tuttavia, il bilancio tracciato dai periodici rilevamenti è rassicurante: sebbene il 40% del materiale radioattivo sia ancora presente nelle zone boschive più remote, le concentrazioni odierne sono considerate trascurabili e non rappresentano un rischio per la salute pubblica.
Chernobyl 40 anni dopo: l’eredità nucleare in Svizzera tra memoria e sicurezza
L’incubo della “verdura radioattiva” e l’invito storico a “spazzolare l’insalata” sono ormai ricordi di un’epoca in cui la Svizzera disponeva di sole 12 stazioni di rilevamento. Oggi lo scenario è radicalmente mutato: il Ticino è diventato un polo d’eccellenza nella radioprotezione, trasformando l’esperienza del 1986 in un sistema di sorveglianza all’avanguardia. Con una rete di 76 stazioni, modelli meteorologici evoluti di MeteoSvizzera e il Laboratorio cantonale riconosciuto come centro di competenza nazionale, il monitoraggio è capillare e costante. Dai controlli sui cinghiali, che ancora mostrano residui cibandosi di funghi “accumulatori”, ai test sui prodotti lattiero-caseari, la Svizzera garantisce oggi una sicurezza alimentare e ambientale che quarant’anni fa era solo un miraggio.


















