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Il doppio gioco degli Emirati in Sudan: tra mediazione e armi

MONDO – Il Sudan è oggi il teatro di una catastrofe dimenticata, con oltre 150.000 vittime e una crisi umanitaria che destabilizza l’intera regione del Mar Rosso. Al centro di questo caos si staglia la figura degli Emirati Arabi Uniti (EAU), il cui ruolo appare profondamente contraddittorio. Se da un lato Abu Dhabi siede al tavolo dei mediatori nel gruppo “Quad”, dall’altro è accusata di essere il principale sponsor logistico e militare delle Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate dal Generale Hemedti. Questo “doppio gioco” trasforma il conflitto in una complessa proxy war, dove il sostegno emiratino ai paramilitari—motivato dal controllo delle preziose miniere d’oro e da interessi geostrategici—ostacola di fatto ogni reale processo di pace con l’esercito regolare (FAS) di al-Burhan.

Geopolitica e risorse: le radici del sostegno a Hemedti

Il legame tra il sovrano Mohammed bin Zayed (MBZ) e le RSF affonda le radici nella guerra in Yemen e si nutre oggi di una visione secolare contrapposta all’islamismo dei Fratelli Musulmani, associati al vecchio regime di Khartoum. La competizione con l’Arabia Saudita per la leadership regionale ha reso il Sudan un terreno di scontro ideologico e commerciale: oro in cambio di armi, influenza in cambio di legittimità. Per spezzare questo circolo vizioso e fermare il massacro in Darfur e Kordofan, è necessario che la comunità internazionale isoli l’economia di guerra alimentata da attori esterni. Solo neutralizzando le interferenze degli Emirati e ripristinando una mediazione diretta con il popolo sudanese sarà possibile immaginare un futuro oltre l’abisso della violenza.

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