SVIZZERA – Lanciare un’iniziativa popolare in Svizzera è oggi proporzionalmente più facile rispetto al passato. Con una popolazione di 9,1 milioni di abitanti, le 100’000 sottoscrizioni richieste in 18 mesi rappresentano poco più del 2% degli aventi diritto al voto. Quando la soglia fu stabilita negli anni ’70, la popolazione si attestava sui 6,3 milioni e le precedenti 50’000 firme equivalevano a circa il 4% dell’elettorato. Questo divario spinge diversi osservatori a chiedere un innalzamento della quota, come spiegato anche nei portali istituzionali dell’Amministrazione federale.
Il ruolo strategico nella democrazia diretta
Nonostante le pressioni per riformare il sistema, ridurre l’accessibilità della democrazia diretta potrebbe rivelarsi un errore. Come evidenziato dal politologo Sean Müller ai microfoni della RSI News, lo strumento costituzionale non serve soltanto a portare i cittadini alle urne. Esso permette di esercitare pressione sul Parlamento, favorisce la nascita di coalizioni tra associazioni e porta all’attenzione pubblica temi altrimenti trascurati dalla politica tradizionale.
Le due visioni del dibattito svizzero
Il confronto sul numero di firme necessarie divide l’opinione pubblica in due correnti di pensiero contrapposte. Da un lato c’è chi ritiene che un numero eccessivo di consultazioni finisca per appesantire le istituzioni e stancare gli elettori. Dall’altro, i sostenitori del modello elvetico vedono nell’ampia partecipazione popolare un pilastro fondamentale di stabilità politica, che non deve essere limitato da ostacoli burocratici o soglie percentuali più severe.
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