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L’estrazione del colore blu dal guado: la coltivazione e il commercio dal Medioevo

UNA PIANTA INDIANA PER AVERE IL BLU

STILE – Il guado è una pianta da sempre conosciuta e apprezzata per le sue proprietà del colore blu intenso. Il suo utilizzo è nella storia dell’India, in Medio oriente e in Nord Africa, mentre in Europa ha la sua massima diffusione solo nel Medioevo. Le ragioni di questo ritardo sono dovute al fatto che il colore è anche una costruzione culturale: nelle società europee mediterranee il blu ha rivestito per tutta l’antichità e l’alto medioevo un marginale ruolo simbolico. I Romani ha addirittura connotazioni negative in quanto identificato con il colore dei barbari che avevano l’abitudine di colorarsi il corpo per spaventare i nemici. La coltivazione e il commercio del guado cominciano quindi ad assumere una notevole rilevanza economica anche in Italia, tra XIV e XV secolo. Il guado è alla base di flussi commerciali essenziali per lo sviluppo economico di numerosi comprensori. Viene lavorato in Umbria, ecco il nome della città Gualdo Tadino, nelle zone appenniniche delle Marche settentrionali, nel Montefeltro e in alcuni territori toscani. Il declino dell’Isatis tinctoria comincia quando il suo blu viene soppiantato dalla materia tintoria estratta dall’Indigofera, da cui il nome “indaco”. Una pianta proveniente dalle Indie orientali, che presentava rese nettamente superiori, migliore uniformità cromatica e maggiore facilità di lavorazione. Malgrado gli editti protezionistici a difesa della pianta e dell’economia locale, la coltivazione del guado, non più redditizia, viene così progressivamente abbandonata fin quasi a perderne la memoria.

I PANTALONI

l guado fa parte delle “piante da blu” insieme al guado cinese e alla Persicaria tinctoria. Il colorante si estrae dalle foglie raccolte durante il primo anno di vita. Dopo la macerazione e la fermentazione in acqua si ottiene una soluzione giallo verde che, agitata e ossidata, produce un precipitato (indigotina). Il colorante, molto solido, è utilizzabile nella tintura della lana, seta, cotone, lino e juta, ma anche in cosmetica e per i colori pittorici; il padre di Piero della Francesca, Benedetto de’ Franceschi, era un rinomato commerciante di guado dell’alta Valtiberina. Fu coltivato in Italia soprattutto nei territori del Montefeltro e dell’Appennino umbro-marchigiano, almeno dal XIII secolo fino alla seconda metà del XVIII, quando la concorrenza dell’indaco asiatico e americano ne ridusse drasticamente la produzione. La solidità del colore è provata dagli arazzi medioevali giunti fino a noi: i verdi dell’Arazzo di Bayeux, ottenuti con guado sormontato sul giallo della ginestra minore, e i blu dell’Arazzo dell’apocalisse hanno superato i secoli. Il guado era tra i coloranti indaco utilizzati un tempo per la tintura della tela con cui venivano confezionati i blue jeans.

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