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Mercati: perché rimanere fermi potrebbe essere ancora la mossa più corretta

MERCATI Mercati: perché rimanere fermi potrebbe essere ancora la mossa più corretta. A cura di Michele De Michelis CIO Frame Asset Management. Chi avrebbe immaginato che il mercato azionario americano potesse segnare nuovi massimi in un contesto geopolitico come questo? Abbiamo scelto di rimanere agnostici — cosa che facciamo ormai da tempo — perché la storia insegna quanto sia diventato inutile cercare di prevedere l’andamento dei mercati basandosi sull’intuito. Meglio restare ancorati a portafogli ben diversificati e intervenire solo quando si creano opportunità oggettive, in presenza di movimenti significativi che alterano i pesi nell’asset allocation. Per essere chiari: chi negli ultimi trenta giorni si è fatto guidare dal panico o dall’euforia, comprando o vendendo asset nel tentativo di anticipare il mercato — a meno di non conoscere in anticipo i tweet del presidente americano — probabilmente ha ottenuto risultati peggiori rispetto a chi è rimasto fermo. Basti pensare ai movimenti quasi da “meme stock” registrati anche su titoli enormi e liquidi, come quelli legati ai metalli preziosi o alle blue chip.

Ma cosa ha alimentato l’ultimo rally dello S&P 500?

Il mercato ha chiuso la settimana scorsa in forte rialzo, basandosi più su aspettative che su fatti concreti. Gli investitori hanno prezzato uno scenario estremamente positivo (“Goldilocks”): riapertura stabile dello Stretto di Hormuz, possibile accordo USA–Iran, calo dei prezzi dell’energia e riduzione dei tassi. Tuttavia, queste aspettative derivavano da dichiarazioni non confermate. Venerdì, esponenti statunitensi (in particolare Trump) hanno parlato di collaborazione con l’Iran e persino di un impegno a non chiudere più lo stretto e a fermare il programma nucleare — affermazioni mai validate da Teheran. Nella notte tra venerdì e sabato, l’Iran ha smentito tutto e la situazione è rapidamente peggiorata: lo stretto è stato nuovamente chiuso e si sono verificati attacchi a petroliere. In sintesi: il mercato ha prezzato un accordo inesistente. Gli Stati Uniti potrebbero aver anticipato le comunicazioni per influenzare i negoziati, mentre l’Iran ha reagito negando. Risultato: narrativa crollata, credibilità ridotta e rischio geopolitico tornato elevato. La conclusione è chiara: il rally si basava su aspettative fragili e, quando queste si scontrano con la realtà, il repricing può essere rapido e violento.

Il consiglio è di non farsi guidare dall’intuito

Da qui, ancora una volta, il consiglio è di non farsi guidare dall’intuito, ma di restare razionali e coerenti. Se per un investitore il tech americano era interessante tre mesi fa, quando i multipli erano più alti, perché venderlo oggi? Oppure perché eliminare l’oro dalla propria asset asset allocation ora che quota circa 4.800 dollari l’oncia, quando a inizio anno veniva acquistato con entusiasmo a 5.300? In sintesi: questa ripresa a “V”, che pochi avevano previsto, va maneggiata con estrema cautela. Questa settimana sarà cruciale, non solo per le trattative geopolitiche che dovranno necessariamente riprendere, ma anche per ciò che accadrà alla Fed. In questo contesto, l’ultimo sondaggio di Polymarket sull’audizione di Kevin Warsh apre scenari inattesi: la probabilità che Jerome Powell lasci alla naturale scadenza del mandato (30 maggio) è solo del 31%, mentre quella che il successore entri in carica entro il 15 maggio è scesa al 40%, minimo storico per questo tipo di previsione. Numeri piuttosto bassi per quello che dovrebbe essere un passaggio formale. Attenzione quindi a quanto accadrà al Comitato bancario del Senato USA: più che Casa Bianca, Hormuz o tweet, potrebbe essere questo il vero market mover.

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