STILE – Definire Vincent Van Gogh “pazzo” è riduttivo e impreciso. Più che di follia in senso clinico, gli storici dell’arte e gli esperti di salute mentale parlano oggi di un quadro complesso, caratterizzato da un grave esaurimento nervoso e profonda depressione. La sofferenza dell’artista era amplificata da crisi e allucinazioni, provocate probabilmente da epilessia, crisi di astinenza e abuso di assenzio. Per approfondire il contesto clinico dell’epoca, si possono consultare gli archivi storici della Bibliothèque nationale de France.
Oltre il mito dell’orecchio tagliato
L’apice del malessere fisico e psicologico portò al celebre episodio di automutilazione del 1888, in cui il pittore si tagliò l’orecchio dopo un violento litigio con l’amico Paul Gauguin. Questo gesto estremo non era il frutto di una cieca demenza, ma il sintomo di un crollo emotivo devastante. Van Gogh non dipingeva “perché pazzo”, bensì per trovare un baricentro e sublimare un immenso dolore interiore che altrimenti lo avrebbe annientato.
Il rifugio a Saint-Paul-de-Mausole
A causa dei suoi problemi, nel 1889 l’artista decise di ricoverarsi volontariamente nell’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole. Fu proprio all’interno di quelle mura che la sua arte raggiunse vette sublimi: pur tra mille sofferenze, Van Gogh vi dipinse alcuni dei suoi capolavori più straordinari e celebri. Molte di queste opere e studi sulla sua vita sono oggi custoditi e analizzati nei dettagli all’interno del prestigioso Kunsthaus Zürich in Svizzera.
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