SVIZZERA – Gli Stati Uniti hanno inserito la Svizzera in un elenco di 60 Paesi accusati di non fare abbastanza contro il lavoro forzato. L’indagine promossa dall’Office of the United States Trade Representative (USTR) in base alla Sezione 301 del Trade Act ha spianato la strada all’applicazione di tariffe doganali aggiuntive fino al 12,5% sui prodotti elvetici. La misura penalizza Berna in particolare per l’assenza di un divieto normativo esplicito che blocchi all’ingresso le merci realizzate tramite lo sfruttamento di manodopera.
Strategia commerciale o accuse fondate?
Per diversi esperti di commercio globale, l’iniziativa americana rappresenta una manovra protezionistica per imporre barriere tariffarie senza dover passare dall’approvazione del Congresso. Trattare un’economia avanzata allo stesso modo di regimi privi di tutele lavorative appare una forzatura. Tuttavia, il quadro di tracciabilità stilato dal U.S. Department of Labor pretende che gli Stati partner adottino controlli doganali stringenti per impedire l’accesso a beni contaminati lungo le catene produttive globali.
La risposta elvetica e le vulnerabilità globali
Il governo elvetico respinge fermamente le contestazioni, rivendicando un modello basato sulla due diligence delle imprese e sulla gestione del rischio. Ciononostante, il ruolo di primo piano della Svizzera nel commercio di materie prime — come la raffinazione dell’oro o l’importazione di cacao — la espone inevitabilmente ai rischi legati ai mercati emergenti. Se da un lato l’attacco di Washington risponde a precisi interessi protezionistici, dall’altro mette in luce come la mancanza di un blocco doganale vincolante renda il sistema svizzero vulnerabile a critiche internazionali.
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