MONDO – L’Africa continua a essere la destinazione principale degli scarti dell’industria tessile europea. Solo nel 2022 ne sono state importate nel continente almeno 900mila tonnellate. Secondo una ricerca condotta da Greenpeace, l’89% dei materiali tessili inviati da Europa e Regno Unito è in poliestere, una fibra sintetica assimilabile alla plastica. Sebbene la plastica non sia sempre classificata come scarto pericoloso, la Convenzione di Basilea del 1989 vieta tassativamente l’esportazione di tali materiali se mancano le garanzie necessarie per uno smaltimento sicuro e privo di rischi per l’ambiente e la salute.
Dal mercato di Gikomba all’emergenza di Dandora
Il percorso della fast fashion usata trova in Kenya uno dei suoi snodi più critici. Gli abiti dismessi giungono dapprima al mercato di Gikomba, a Nairobi, per poi essere abbandonati nella discarica a cielo aperto di Dandora, alla periferia della capitale. In questo sito non esiste un sistema pubblico di smaltimento gestito e lavorano circa cinquemila raccoglitori informali senza alcun contratto né tutela sanitaria. La gravità della situazione si riflette direttamente sul territorio, degradando il contesto urbano e la salute della manodopera locale.
Un disastro ecologico che minaccia il fiume Nairobi
Il costante accumulo di scarti inutilizzabili finisce per travolgere l’ambiente circostante. Gran parte dei tessuti acrilici e in poliestere abbandonati sversa nel fiume Nairobi, provocando un inquinamento irreversibile da microplastiche. I detriti soffocano l’ecosistema fluviale, ostacolano l’agricoltura locale e minacciano direttamente l’accesso all’acqua per la popolazione che risiede lungo il bacino, trasformando un problema d’inquinamento in una vera emergenza umanitaria.
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