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Aliko Dangote: l’africano che sfida la “Mafia del petrolio”

ECONOMIA – Aliko Dangote, l’uomo più ricco dell’Africa con un patrimonio stimato da Forbes superiore ai 23 miliardi di dollari, è molto più di un semplice businessman; è un simbolo di sovranismo economico per la Nigeria e per l’intero continente. Originario di Kano e formatosi in economia in Egitto, Dangote ha costruito la sua fortuna a Lagos partendo da un prestito di uno zio e da un’attività di import-export, consolidando la sua posizione attraverso l’ottenimento di licenze per il commercio di zucchero, riso e cemento, anche grazie a rapporti privilegiati con la politica. La sua strategia, definita da analisti come l’aver “sostenuto i governi, di qualunque partito o colore”, gli ha permesso di uscire indenne dalla complessa transizione nigeriana dalla dittatura alla democrazia. Oggi, a 68 anni, Dangote si fa portavoce di una visione audace riassunta nello slogan mediatico “Make Africa Great”. Egli è convinto che l’Africa debba ricostruire il proprio Continente “da soli”, mettendo in guardia dagli investimenti stranieri non regolamentati con la metafora “Se la notte lasci le finestre spalancate ti ritrovi le zanzare in casa”. La sua azione più emblematica in questo senso è la recente inaugurazione della sua raffineria di petrolio, la più grande d’Africa, un progetto che mira a eliminare il paradosso per cui il maggiore esportatore di greggio del continente era costretto a importare benzina e gasolio raffinati, arricchendo quella che lui definisce la “mafia del petrolio”, considerata “più letale del narcotraffico”.

La nuova era del petrolio e i progetti faraonici per l’indipendenza energetica

La raffineria di Dangote, inaugurata nel 2023, rappresenta la chiave di volta del suo progetto economico-nazionale. Con l’obiettivo di raggiungere una capacità di circa 700.000 barili al giorno, superiore al fabbisogno interno nigeriano, l’impianto è destinato a rivoluzionare il mercato energetico locale, rompendo il monopolio degli importatori e speculatori che per decenni hanno prosperato sui sussidi pubblici e sulla mancanza di capacità di raffinazione interna. La sua entrata in funzione, coincisa con la decisione del presidente Bola Tinubu di abolire i sussidi sulla benzina, ha aperto una nuova fase di competizione, che vede Dangote contrapporsi anche alla società statale Nnpc in aule di tribunale, citando leggi che impongono ai produttori locali di soddisfare la domanda delle raffinerie nazionali. Oltre al petrolio, il miliardario ha in serbo altri progetti infrastrutturali di portata colossale, mirati a consolidare l’indipendenza nigeriana sul fronte energetico. Tra questi spiccano la costruzione di un nuovo porto a Olokola, che si prefigge di essere “il più grande e profondo” della Nigeria per l’export di gas naturale liquefatto, e un metanodotto sottomarino che coprirà oltre mille chilometri lungo il fondo dell’Atlantico dal Delta del Niger. Questi progetti sfidano apertamente un altro monopolio statale, quello sull’export di gas, ponendosi in antagonismo con la Nigeria Liquefied Natural Gas (Nlng), una joint venture che include colossi europei come Shell, Eni e TotalEnergies.

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